Press kit

Cosa include:

  • PRESENTAZIONE BREVE
  • PRESENTAZIONE LUNGA (SINOSSI)
  • BIO DELL’AUTORE
  • SEI DOMANDE ALL’AUTORE
  • QUATTRO ESTRATTI DAL TESTO
  • IL PRIMO CAPITOLO
  • SOMMARIO
  • IMMAGINI
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PRESENTAZIONE BREVE

Durante un torneo di scacchi, uno dei concorrenti favoriti alla vittoria viene trovato morto nella sua villa, ucciso a coltellate. Achille Petrosi, Grande Maestro della locale Confraternita scacchistica, avrebbe dovuto sfidare la vittima nello scontro al vertice. Turbato dalla morte del collega, Petrosi decide di indagare con le poche armi che possiede: una spiccata propensione al pensiero logico, una grande curiosità e una conoscenza profonda del proprio piccolo mondo. Muovendosi tra la sua Urbavia, un’amabile città del centro Italia, e Cannes, dove affronterà la partita della vita contro un terribile avversario, Petrosi cerca, esplora, interroga (e s’interroga). Lo aiutano Alexandra, una studentessa russa che fa la badante ma sogna di diventare campionessa, il sanguigno collega albanese Daxa, una mamma «generalessa» e molti, molti altri… Ne emerge un quadro di invidie, gelosie e rivalità, in cui la verità sull’omicidio si rivelerà sorprendente e paradossale.

 

PRESENTAZIONE LUNGA (SINOSSI)

Una calda mattina di giugno a Urbavia, amabile cittadina del Centro Italia che vanta una splendida basilica cinquecentesca e una impareggiabile ricetta a base di cinghiale. L’attenzione è tutta per le battute finali del torneo di scacchi organizzato dalla locale Confraternita Scacchistica. Il Grande Maestro Achille Petrosi ha già fatto la sua mossa e sta aspettando irrequieto quella dell’avversario, che a dire il vero non si è ancora presentato. Quale imprevisto può aver trattenuto il Conte, uno dei favoriti alla vittoria? La risposta arriva poco dopo, quando l’uomo viene trovato senza vita nella sua villa, ucciso a coltellate.
Turbato dalla morte del collega, e sospettato lui stesso del delitto, Petrosi decide di indagare sull’accaduto con le poche armi che possiede: una spiccata propensione al pensiero logico, una grande curiosità e una conoscenza profonda del proprio piccolo mondo. Lo aiutano Alexandra, una studentessa russa che fa la badante ma sogna di diventare campionessa, il sanguigno collega albanese Daxa, una mamma «generalessa» e molti, molti altri… D’altronde, ogni partita di scacchi non è forse un romanzo giallo in cui un Re viene assassinato, e bisogna capire come?
Per prima cosa, l’improvvisato detective passa al setaccio i soci della Confraternita, sui quali sa di esercitare un forte ascendente: in fin dei conti è un Grande Maestro, riverito da tutti in quel piccolo mondo che ha leggi e tradizioni solo sue. Salta fuori che il Conte aveva una relazione segreta con un altro giovane socio, Righetti, detto lo Scemo; che stava meditando un nuovo, clamoroso acquisto per le sue collezioni d’arte; che forse era finito tra le grinfie di una banda di strozzini. E saltano fuori persino due «fantasmi»: quello di Alexander Alechin, mitico campione russo del secolo scorso, e addirittura quello di Stalin…
Proprio quando il quadro sembra assumere un qualche senso, la polizia individua l’assassino, e chiude la pratica. Ma non per Achille. No, qualcosa nella versione ufficiale dei fatti non torna…
Le indagini porteranno il Grande Maestro fino in Francia, dove, tra una visita al figlio della vittima e una ricerca sui trafficanti d’arte di Nizza, parteciperà (bisogna pur guadagnarsi da vivere) al Gran torneo internazionale di Cannes. Qui lo attende la partita della vita con il suo più formidabile avversario, che l’ha inchiodato a una scommessa micidiale: se non riesce a batterlo, Petrosi dovrà ritirarsi per sempre…

 

 

 BIO DELL’AUTORE (BREVE)

Paolo Fiorelli è nato a Milano nel 1971, ma è cresciuto nelle Marche, tra Pesaro e Urbino. Ha tre grandi passioni: i libri, gli scacchi e il cinema. Di quest’ultimo scrive ogni settimana per il giornale «Tv Sorrisi e Canzoni».

 


 

SEI DOMANDE ALL’AUTORE

Si fa presto a dire «giallo». Questo che tipo di romanzo giallo è?
«Lo definirei un giallo giocoso. Del resto è incentrato su un gioco! Ci sono tocchi di commedia, insomma. E la soluzione dell’intrico sfiora il paradosso. Ma qui mi fermo, ho già detto troppo».

Come è nato il personaggio di Achille Petrosi, campione di scacchi e detective dilettante?
«Direi per generazione spontanea: poiché amo sia i gialli sia gli scacchi, era inevitabile. In realtà le affinità tra un detective e un giocatore di scacchi sono così tante, che mi sorprende nessuno abbia creato questo personaggio prima di me. Ad accomunare le due figure è la sete di conoscenza, il bisogno di risolvere un mistero, la voglia di ricondurre il Caos a una nascosta Verità. Del resto, come ho anche scritto nel libro, ogni partita di scacchi non è forse un romanzo giallo in cui un Re viene assassinato, e bisogna capire come?
Se poi vogliamo entrare più nello specifico della personalità di Petrosi, potrei dire scherzando che gli ingredienti sono grosso modo questi: un po’ di me, di mio padre e dell’amico e giocatore A., con abbondanti tracce di Tigran Petrosian (storico campione del mondo degli Anni 60), Bud Spencer e Paolo Conte…

Il migliore amico di Petrosi è Daxa, un maestro albanese arrivato fortunosamente in Italia, e ora ben integrato. Un inchino al «politicamente corretto»?
«No, uno spunto preso dal vero. Tornei e circoli sono pieni di ragazzi dell’Est che, forti della tradizione dei loro Paesi, spesso ci «massacrano» a scacchi. Mi colpiva il contrasto tra l’ammirazione che li circonda nei circoli, e i pregiudizi che devono affrontare appena mettono il piede fuori… Il personaggio di Daxa è nato così».

Perché gli scacchi riescono sempre a interessare i lettori?
«Gli scacchi hanno una forza simbolica e un fascino letterario enormi. Ne hanno scritto autori come Zweig, Nabokov, Pontiggia, Maurensig… Potrei quasi dire che il romanzo a tema scacchistico è un piccolo genere in sé.
C’è persino un recente romanzo («Storia parziale delle cause perse» di Jennifer Dubois, Mondadori) dove è evidente il valore “mitico” che viene attribuito al giocatore di scacchi: la protagonista ne cerca uno per chiedergli, nientemeno, che cosa fare della propria vita!
Ovviamente l’aspetto simbolico è imprescindibile dal fascino degli scacchi, e nel mio romanzo è ben presente. Ma devo confessare che troppo spesso si intuisce che chi ha scritto questi libri non conosce davvero gli scacchi. Pochi, per esempio, sanno restituire la logica o i pensieri di un giocatore nella vita reale o durante un torneo. Ed è un peccato, perché sono molto affascinanti. Quello degli scacchi è un mondo misterioso, una specie di setta che i suoi affiliati difendono gelosamente. Un microcosmo con regole, tradizioni, valori tutti suoi. E io ho cercato di ricrearli fedelmente».

Perché ha chiamato i capitoli «mosse»?
Il sottinteso è che il libro stesso è costruito come una partita. È come se dicessi a chi legge: gioca una partita con me. Se osservi bene le mie mosse potrai trovare i pezzi del puzzle, cioè gli indizi che ho seminato in ogni capitolo, e alla fine risolverlo. E quindi vincere la partita».

Ma lei gioca a scacchi? E quanto è forte?
«Sono un giocatore di categoria “Seconda Nazionale”. Diciamo che sono abbastanza forte da avere anch’io un punteggio internazionale e da poter partecipare a veri tornei agonistici: ma le mie soddisfazioni si fermano qui. Addirittura mi capita di affrontare anche dei Maestri. Con i quali, naturalmente, perdo sempre».

 

 

QUATTRO ESTRATTI DAL TESTO

 

Petrosi e il giudice

 Il giudice esaminò perplesso la faccia tutta soddisfatta del Maestro. Poi, come uno scienziato che non resiste alla curiosità di testare un materiale misterioso pur sapendo che è un’imprudenza, disse:
«Senta, le posso fare una domanda?».
«Prego».
«Ma quando verrà il suo ultimo giorno e si renderà conto che ha dedicato tutta la vita a un gioco, cosa penserà?».
Petrosi rifletté un attimo, poi rispose: «Che ho avuto una vita felice».
Il giudice lo contemplò con pena, come un incurabile.
«Un po’ infantile, non trova?».
«Ma sa… Vivere come un bambino è una delle cose più profonde che un uomo possa fare».

 

Petrosi e la mamma

In quel momento Petrosi stava spalmando del formaggio su una fetta di pane. Assorto nella delicata operazione, non dava molto peso alle parole della madre. Ma quando sollevò lo sguardo per addentare la fetta rimase basito. Una maschera di pathos era disegnata sul volto di lei.
«Achille… devi dirmi una cosa. Vieni qui. Sì. Metti giù quel pane e vieni qui… bravo».
Il figlio si avvicinò, soggiogato. La mamma gli prese una mano tra le sue, la portò al petto.
«Achille…».
«Sì? Dimmi mamma».
«Figlio mio…».
Petrosi sentiva che stava per udire qualcosa di grave, qualcosa che, una volta detto, avrebbe cambiato le cose per sempre. Forse che era malata e aveva pochi giorni di vita, o la confessione di un segreto del passato. Lei lo guardò fisso negli occhi, gli stritolò le dita, e in un soffio di voce chiese: «Achille… L’hai ucciso tu?».
Petrosi si liberò della stretta con sdegno.
«Mamma! Ma sei scema? Come puoi fare una domanda simile?».
Lei lo guardò intensamente, per capire se la sua reazione era sincera. Decise di sì.
«Dovevo pur chiedertelo» rispose sollevata. «Mica ci credevo davvero, sai? Non ce lo vedo proprio, il mio Achille, a squartare la gente».
«Grazie, mamma».
«Niente, caro. Sei sempre stato un figlio bislacco, è vero. Ma in fondo ti apprezzo».

 

Petrosi e Alexandra

«E tu sarai il mio allenatore?».
«Certo. Ho già tirato su un campione sì o no?».
«Be’ allora… devo farti un colloquio. Per esaminarti meglio, sai».
S’avvicinò e depose le labbra d’arancia sulle sue. Petrosi sprofondò con gli occhi chiusi in un effluvio di frutta e menta. Ma ora che stava facendo? La ragazza si sfilò una cintura di seta che le decorava l’abito, chiuse la porta dello scompartimento e legò la fascia alla maniglia, bloccandola. Poi si volse di nuovo verso di lui, rimasto appiccicato al finestrino come un tizio caduto nella gabbia della tigre, e con voce dissoluta disse: «Aki, hai notato quanto sono vuoti questi treni francesi? Perché non chiudi quella tendina?».

 

Una partita di Petrosi. Anzi due

Elìksases lottava eroicamente contro il disfacimento della vecchiaia e a ogni mossa sembrava esalare l’anima. Con la testa inclinata e il mento sul petto, come un sacco ripiegato su se stesso, scrutava la scacchiera. Rifletteva a lungo con gli occhi socchiusi e in certi momenti si sarebbe detto addormentato, se non fosse per il muoversi di un dito che andava avanti e indietro, avanti e indietro sul panno blu del tavolo, inseguendo le geometrie dei ragionamenti. Petrosi lo ammirava; ammirava in lui l’eterna battaglia dell’uomo contro l’inevitabile decadimento, nella partita truccata e disonesta della vita, che siamo costretti a giocare senza speranza di vittoria.

(…)

Alzò gli occhi da quell’obbrobrio. Il bambino cinese lo guardava con espressione ottusa, vuota. Petrosi esalò un’oncia di fiato, tanto per guadagnare ancora qualche inutile secondo di vita, e gli allungò il braccio. No, negli scacchi non esiste il grido plateale alla conquista del punto. E neppure l’abbattersi sul ring dell’avversario sanguinante e gonfio di colpi, mentre il suo carnefice saltella con le braccia alzate. Solo un ultimo, disperato attimo di riflessione silenziosa; un rapido incrociarsi di sguardi; poi la mano del soccombente offre la stretta di rito, ed è finita.

 

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