Presentazione

libroDurante un torneo di scacchi, uno dei concorrenti favoriti alla vittoria viene trovato morto nella sua villa, ucciso a coltellate. Achille Petrosi, Grande Maestro della locale Confraternita scacchistica, avrebbe dovuto sfidare la vittima nello scontro al vertice. Turbato dalla morte del collega, Petrosi decide di indagare con le poche armi che possiede: una spiccata propensione al pensiero logico, una grande curiosità e una conoscenza profonda del proprio piccolo mondo. Muovendosi tra la sua Urbavia, un’amabile città del centro Italia, e Cannes, dove affronterà la partita della vita contro un terribile avversario, Petrosi cerca, esplora, interroga (e s’interroga). Lo aiutano Alexandra, una studentessa russa che fa la badante ma sogna di diventare campionessa, il sanguigno collega albanese Daxa, una mamma «generalessa» e molti, molti altri… Ne emerge un quadro di invidie, gelosie e rivalità, in cui la verità sull’omicidio si rivelerà sorprendente e paradossale.


Quattro assaggi

Petrosi e il giudice

Il giudice esaminò perplesso la faccia tutta soddisfatta del Maestro. Poi, come uno scienziato che non resiste alla curiosità di testare un materiale misterioso pur sapendo che è un’imprudenza, disse:
«Senta, le posso fare una domanda?».
«Prego».
«Ma quando verrà il suo ultimo giorno e si renderà conto che ha dedicato tutta la vita a un gioco, cosa penserà?».
Petrosi rifletté un attimo, poi rispose: «Che ho avuto una vita felice».
Il giudice lo contemplò con pena, come un incurabile.
«Un po’ infantile, non trova?».
«Ma sa… Vivere come un bambino è una delle cose più profonde che un uomo possa fare».

Petrosi e la mamma

In quel momento Petrosi stava spalmando del formaggio su una fetta di pane. Assorto nella delicata operazione, non dava molto peso alle parole della madre. Ma quando sollevò lo sguardo per addentare la fetta rimase basito. Una maschera di pathos era disegnata sul volto di lei.
«Achille… devi dirmi una cosa. Vieni qui. Sì. Metti giù quel pane e vieni qui… bravo».
Il figlio si avvicinò, soggiogato. La mamma gli prese una mano tra le sue, la portò al petto.
«Achille…».
«Sì? Dimmi mamma».
«Figlio mio…».
Petrosi sentiva che stava per udire qualcosa di grave, qualcosa che, una volta detto, avrebbe cambiato le cose per sempre. Forse che era malata e aveva pochi giorni di vita, o la confessione di un segreto del passato. Lei lo guardò fisso negli occhi, gli stritolò le dita, e in un soffio di voce chiese:
«Achille… L’hai ucciso tu?».
Petrosi si liberò della stretta con sdegno.
«Mamma! Ma sei scema? Come puoi fare una domanda simile?».
Lei lo guardò intensamente, per capire se la sua reazione era sincera. Decise di sì.
«Dovevo pur chiedertelo» rispose sollevata. «Mica ci credevo davvero, sai? Non ce lo vedo proprio, il mio Achille, a squartare la gente».
«Grazie, mamma».
«Niente, caro. Sei sempre stato un figlio bislacco, è vero. Ma in fondo ti apprezzo».

Petrosi e Alexandra

«E tu sarai il mio allenatore?».
«Certo. Ho già tirato su un campione sì o no?».
«Be’ allora… devo farti un colloquio. Per esaminarti meglio, sai».
S’avvicinò e depose le labbra d’arancia sulle sue. Petrosi sprofondò con gli occhi chiusi in un effluvio di frutta e menta. Ma ora che stava facendo? La ragazza si sfilò una cintura di seta che le decorava l’abito, chiuse la porta dello scompartimento e legò la fascia alla maniglia, bloccandola. Poi si volse di nuovo verso di lui, rimasto appiccicato al finestrino come un tizio caduto nella gabbia della tigre, e con voce dissoluta disse: «Aki, hai notato quanto sono vuoti questi treni francesi? Perché non chiudi quella tendina?».

Una partita di Petrosi. Anzi due

Elìksases lottava eroicamente contro il disfacimento della vecchiaia e a ogni mossa sembrava esalare l’anima. Con la testa inclinata e il mento sul petto, come un sacco ripiegato su se stesso, scrutava la scacchiera. Rifletteva a lungo con gli occhi socchiusi e in certi momenti si sarebbe detto addormentato, se non fosse per il muoversi di un dito che andava avanti e indietro, avanti e indietro sul panno blu del tavolo, inseguendo le geometrie dei ragionamenti. Petrosi lo ammirava; ammirava in lui l’eterna battaglia dell’uomo contro l’inevitabile decadimento, nella partita truccata e disonesta della vita, che siamo costretti a giocare senza speranza di vittoria.
(…)
Alzò gli occhi da quell’obbrobrio. Il bambino cinese lo guardava con espressione ottusa, vuota. Petrosi esalò un’oncia di fiato, tanto per guadagnare ancora qualche inutile secondo di vita, e gli allungò il braccio. No, negli scacchi non esiste il grido plateale alla conquista del punto. E neppure l’abbattersi sul ring dell’avversario sanguinante e gonfio di colpi, mentre il suo carnefice saltella con le braccia alzate. Solo un ultimo, disperato attimo di riflessione silenziosa; un rapido incrociarsi di sguardi; poi la mano del soccombente offre la stretta di rito, ed è finita.


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